Mar 4, 2014 - I promessi sposi    No Comments

I promessi sposi cap.1 : il ritratto di don Abbondio

Tornando a don Abbondio, il curato capisce subito che i due bravi stanno aspettando lui, dal momento che al vederlo essi si scambiano un cenno d’intesa e gli si fanno incontro. Il curato si guarda intorno, nella speranza di scorgere qualcuno, ma la stada è deserta; pensa se abbia mancato di rispetto a qualche potente, escludendo di avere conti in sospeso di questo genere; non potendo fuggire, decide di affrettare il passo e affrontare i due figuri, atteggiando il volto a un sorriso rassicurante.
Uno dei bravi lo apostrofa subito chiedendogli se lui ha intenzione di celebrare l’indomani il matrimonio tra Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, al che il curato si giustifica balbettando che i due promessi hanno combinato tutto da sé e si sono rivolti a lui come un funzionario comunale. Il bravo ribatte che il matrimonio non dovrà esser celebrato né l’indomani né mai e don Abbondio tenta di accampare delle scuse poco convincenti, finché l’altro figuro interviene con parole ingiuriose e minacciose. Il compagno riprende la parola e si dice convinto che il curato eseguirà l’ordine, facendo poi il nome di don Rodrigo, che riempie don Abbondio di terrore: il curato fa un inchino e chiede suggerimenti, ma il bravo ribadisce l’ordine impartito e intima al religioso di mantenere il segreto, lasciando intendere che in caso contrario ci saranno rappresaglie. Don Abbondio pronuncia alcune parole di deferenza e rispetto verso don Rodrigo, quindi i due bravi se ne vanno cantando una canzone volgare, mentre il curato vorrebbe proseguire il colloquio entrando in improbabili trattative. Rimasto solo, dopo qualche attimo di sconcerto don Abbondio prende la strada che conduce alla sua abitazione.

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I promessi sposi cap.1 : i bravi minacciano don Abbondio

Tornando a don Abbondio, il curato capisce subito che i due bravi stanno aspettando lui, dal momento che al vederlo essi si scambiano un cenno d’intesa e gli si fanno incontro. Il curato si guarda intorno, nella speranza di scorgere qualcuno, ma la stada è deserta; pensa se abbia mancato di rispetto a qualche potente, escludendo di avere conti in sospeso di questo genere; non potendo fuggire, decide di affrettare il passo e affrontare i due figuri, atteggiando il volto a un sorriso rassicurante.
Uno dei bravi lo apostrofa subito chiedendogli se lui ha intenzione di celebrare l’indomani il matrimonio tra Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, al che il curato si giustifica balbettando che i due promessi hanno combinato tutto da sé e si sono rivolti a lui come un funzionario comunale. Il bravo ribatte che il matrimonio non dovrà esser celebrato né l’indomani né mai e don Abbondio tenta di accampare delle scuse poco convincenti, finché l’altro figuro interviene con parole ingiuriose e minacciose. Il compagno riprende la parola e si dice convinto che il curato eseguirà l’ordine, facendo poi il nome di don Rodrigo, che riempie don Abbondio di terrore: il curato fa un inchino e chiede suggerimenti, ma il bravo ribadisce l’ordine impartito e intima al religioso di mantenere il segreto, lasciando intendere che in caso contrario ci saranno rappresaglie. Don Abbondio pronuncia alcune parole di deferenza e rispetto verso don Rodrigo, quindi i due bravi se ne vanno cantando una canzone volgare, mentre il curato vorrebbe proseguire il colloquio entrando in improbabili trattative. Rimasto solo, dopo qualche attimo di sconcerto don Abbondio prende la strada che conduce alla sua abitazione.

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I promessi sposi capitolo 1: i bravi e le grida

Ma chi erano in effetti i bravi? L’autore cita una grida dell’8 aprile 1583, emanata dal governatore dello Stato di Milano che minacciava pene severissime contro tutti quei malviventi che si mettevano al servizio di qualche signorotto locale per esercitare soprusi e violenze, intimando a costoro di lasciare la città entro sei giorni. Tuttavia il 12 aprile 1584 lo stesso funzionario emanò un’altra grida in cui si minacciavano pene ancor più severe contro tutti quelli che avevano anche solo la fama di essere bravi, e il 5 giugno 1593 un altro governatore fu costretto a emanarne ancora un’altra con reiterate minacce, seguita da un’altra datata 23 maggio 1598 in cui si ribadivano pene severissime contro i bravi che commettevano omicidi, ruberie e vari altri delitti. La serie interminabile di gride prosegue con un provvedimento datato 5 dicembre 1600 ed emanato da un nuovo governatore di Milano, che minacciava nuovi tremendi castighi contro i bravi (anche se, osserva ironicamente l’autore, quel funzionario era forse più abile a ordire trame politiche e a spingere il duca di Savoia a muover guerra contro la Francia). A quella grida se ne aggiunsero altre prodotte da altri governatori nel 1612, 1618 e 1627, quest’ultima a firma di don Gonzalo Fernandez de Cordova poco più di anno prima dei fatti narrati; ciò basta all’autore a concludere che, ai tempi di don Abbondio, c’erano ancora molti bravi in Lombardia.

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I promessi sposi capitolo 1 : l’incontro dei bravi

Per una delle stradine descritte, la sera del 7 novembre 1628, torna a casa dalla passeggiata don Abbondio, curato di un paesino di quelle terre il cui nome non è citato dall’anonimo, così come non è specificato il casato del personaggio. Il curato cammina lentamente e con fare svogliato, recitando le preghiere e tenendo in mano il breviario, mentre alza di quando in quando lo sguardo e osserva il paesaggio, oppure prende a calci i ciottoli sulla strada. Oltrepassata una curva, percorre la strada sino a un bivio alla cui confluenza è posto un tabernacolo, che contiene immagini dipinte di anime del purgatorio: qui, con sua grande sorpresa, vede due uomini che sembrano aspettare qualcuno, il primo seduto a cavalcioni sul muretto e l’altro in piedi, appoggiato al muro opposto della strada. Entrambi indossano una reticella verde che raccoglie i capelli e hanno un enorme ciuffo che cade loro sul volto; portano lunghi baffi arricciati all’insù e due pistole attaccate a una cintura di cuoio; hanno un corno per la polvere da sparo appeso al collo e un pugnale che emerge dalla tasca dei pantaloni, con una grossa spada dall’elsa d’ottone e lavorata. Don Abbondio li riconosce immediatamente come individui appartenenti alla specie dei bravi.

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I promessi sposi capitolo 1 : i luoghi

Il lago di Como ha due rami e quello che si volge verso sud si stringe fra due catene montuose, acquistando per un breve tratto il corso di un fiume, specie nel punto dove le due rive sono unite dal ponte di Lecco. Poco più a valle il lago torna ad allargarsi e la riva si distende tra il monte di S. Martino e il Resegone, con un profilo rotto in collinette e piccole valli, mentre tutt’intorno vi sono vigne e campi coltivati. Lecco è la città principale di questa regione ed è sede, al tempo della vicenda narrata, di un castello che ospita una guarnigione di soldati spagnoli, spesso intenti a molestare le donne del luogo e a maltrattare i contadini, quando non depredano i raccolti della vendemmia. Tra le alture e la riva del lago, così come tra le varie colline, si snodano strade che talvolta scendono fra due muri infossati nel suolo e in altri casi si alzano su terrapieni, consentendo a chi vi cammina di vedere un ampio tratto di paesaggio: i luoghi da cui si ammira questo spettacolo sono da ammirare a loro volta, in quanto mostrano il profilo variabile delle cime dei monti che tempera e raddolcisce il carattere in parte selvaggio della natura.

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Vita e opere di Dante Alighieri

VITA


Dante Alighieri nasce a Firenze nel 1265 in una famiglia della piccola nobiltà fiorentina. Il suo primo e più importante maestro di arte e di vita è Brunetto Latini, che in questi anni ha una notevole influenza sulla vita politica e civile di Firenze. Dante cresce in un ambiente “cortese” ed elegante, impara da solo l’arte della poesia e stringe amicizia con alcuni dei poeti più importanti della scuola stilnovistica: Guido Cavalcanti, Lapo Gianni e Cino da Pistoia, condividendo con loro un ideale di cultura aristocratica e di poesia raffinata.
Ancora giovanissimo conosce Beatrice (figura femminile centrale nell’opera del nostro poeta), a cui Dante è legato da un amore profondo e sublimato dalla spiritualità stilnovistica. Beatrice muore nel 1290, e questa data segna per Dante un momento di crisi: l’amore per la giovane donna si trasforma assumendo un valore sempre più finalizzato all’impegno morale, alla ricerca filosofica, alla passione per la verità e la giustizia che infine portano Dante (a partire dal 1295) ad entrare attivamente e coscientemente nella vita politica della sua città.
La sua carriera politica raggiunge l’apice nel 1300 quando Dante, guelfo di parte bianca, viene eletto priore (la carica più importante del comune fiorentino): il poeta è un politico moderato, tuttavia convinto sostenitore dell’autonomia della città di Firenze, che deve essere libera dalle ingerenze del potere del Papa . L’anno successivo, il papa Bonifacio VIII decide di inviare a Firenze Carlo di Valois, fratello del re di Francia, con l’intenzione nascosta di eliminare i guelfi bianchi dalla scena politica; Dante e altri due ambasciatori si recano dal Papa per convincerlo a evitare l’intervento francese, ma è ormai troppo tardi ! Dante è già partito da Firenze quando Carlo di Valois entra nella città e sostiene il potere dei guelfi neri: il poeta non ritornerà mai più nella sua città natale, è condannato ingiustamente all’esilio.
Per Dante l’esilio rappresenta un momento di sofferenza e di dolore e al tempo stesso uno stimolo per la sua produzione letteraria e poetica: lontano da Firenze può vedere in modo più nitido la corruzione, l’egoismo, l’odio che governano la vita politica, civile e morale dei suoi contemporanei. La denuncia e il tentativo di indirizzare di nuovo l’uomo verso la retta via sono per lui l’ispirazione di una nuova poesia che prende forma nella Divina Commedia
Negli anni dell’esilio, Dante viaggia per l’Italia centrale e settentrionale, chiede ospitalità alle varie corti (va a Forlì, a Verona, in Lunigiana dai signori Malaspina) continua a sostenere le sue idee politiche nella figura dell’imperatore Arrigo VII, possibile portatore di pace nella nostra penisola (1310); ma di nuovo la speranza svanisce con la morte improvvisa dell’imperatore nel 1313. Negli ultimi anni visita la corte di Can Grande della Scala, a Verona, e di Guido Novello Da Polenta, a Ravenna (1318). Muore a Ravenna nel 1321.

LE OPERE


1295: Vita nuova. La Vita nuova nasce dall’amore del giovane Dante per Beatrice ed è una raccolta delle poesie giovanili, collegate da parti in prosa scritte fra il 1293 e il 1295. Si può definire come un’autobiografia spirituale, dove l’amore non è descritto nella sua forma sensibile e terrena , ma come un sentimento che porta a un amore e a un ideale di vita più alti.
1304-1306: De Vulgari Eloquentia. Con questo trattato, scritto in latino, Dante vuole dare agli scrittori delle regole sull’arte dello scrivere in italiano volgare. In quest’opera, che Dante scrive solo in parte, il poeta apre una questione linguistica molto importante: la lingua volgare può sostituire il latino?
1304-1307: Convivio. Dante scrive il Convivio nei primi anni dell’esilio, in lingua volgare, con lo scopo di ricordare alle persone che governano, che lo studio della filosofia e il rispetto delle leggi morali sono una condizione necessaria per la convivenza degli uomini nella società. Il primo trattato introduce l’argomento e le finalità dell’opera; nel secondo, terzo e quarto trattato, Dante commenta sue tre canzoni.
1310-1313: De Monarchia. In questo trattato, scritto in latino, Dante affronta il tema a lui più caro: quello politico. Per il poeta, l’unica forma di governo che possa assicurare la pace e la sicurezza, è la monarchia, una monarchia universale, che rifletta nel nostro mondo l’unicità e l’universalità del regno di Dio; l’imperatore deve garantire la pace, la giustizia e la libertà degli uomini.
Le Rime: Si tratta della raccolta, ordinata dai posteri, dei componimenti poetici che Dante scrive nel corso della sua vita e che non include nella Vita Nuova e nel Convivio. I temi di queste poesie sono legati alle varie esperienze di vita del poeta: l’amore cortese, la filosofia, la politica, lo stile poetico, l’esilio.
1306-1321: Divina Commedia. La Divina Commedia è il capolavoro di Dante e l’opera che racchiude tutta la sua esperienza umana, civile, politica, spirituale e poetica. E’ composta da tre cantiche (Inferno, Purgatorio e Paradiso), ciascuna delle quali comprende 33 canti, scritti in terzine di endecasillabi, eccetto l’Inferno che contiene un canto in più quale prologo all’intera opera. L’Inferno viene completato probabilmente verso il 1309, il Purgatorio verso il 1312, il Paradiso verso il 1318; tuttavia Dante lavora sulla Commedia fino alla morte.

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Vita e opere di Giovanni Pascoli

La vita
Giovanni 
Pascoli nacque a San Mauro di Romagna (Forlì) nel 1855 dove trascorse un’infanzia felice finché non accadde la tragedia di cui portò sempre nell’animo il dolore: l’uccisione del padre da parte di ignoti. Altri eventi lo sconvolsero, come la morte della madre e di tre degli otto fratelli. Compì gli studi all’Università di Bologna, diventando allievo di Carducci per poi laurearsi in Lettere. Viene condannato ad alcuni mesi di carcere a cui segue un periodo di crisi, durante il quale si accentua il suo pessimismo e abbandona la politica attiva. Dopo aver insegnato latino e greco in diversi licei e università italiane, nel 1906 succede al Carducci come professore di letteratura italiana all’Università di Bologna. 

 

Le opere
Per 
Pascoli l’uomo e il mondo sono avvolti dal mistero, sono minacciati dal male, dall’ingiustizia e dalla morte. Pascoli dopo le tante sventure familiari si è allontanato dalla fede cristiana e non crede nellaprovvidenza divina; secondo lui, infatti, né la scienza, né la religione sono in grado di spiegare la realtà. Solo i poeti possono intuire il significato della vita e scorgere nel mistero del destino umano la verità che sfugge alla maggioranza degli uomini. Nel poeta, infatti, c’è una parte dell’anima che rimane fanciulla ed è quell’anima di “fanciullino” che sa capire il segreto delle cose (poetica del fanciullino). La poesia di Pascoli è la poesia delle piccole cose che nel loro più profondo significato possono rivelare frammenti di verità. Questa poesia si allontana da quella romantica per aderire a quella delDecadentismoPascoli rifiuta gli schemi metrici della poesia tradizionale e crea strofe e versi di misura inedita; utilizza un linguaggio nuovo (dialetto e termini letterari); usa frequentemente onomatopee per valorizzare gli effetti musicali del verso.
Le sue raccolte poetiche più importanti sono:
• “
Myricae”: il titolo è costituito da un termine latino che significa “tamerici”, piccoli cespugli di campo;
• “Canti di Castelvecchio” : le poesie delle “piccole cose”;

• “Odi e Inni”.
Tra le opere in prosa ci sono “Il 
fanciullino “ e “La grande proletaria si è mossa”, discorso pronunciato nel 1911 per appoggiare la guerra di conquista della Libia da parte dell’Italia

Mar 4, 2014 - Italiano    No Comments

Vita e opere di Giosuè Carducci

 


Trascorse l’infanzia a Bolgheri e Castagneto nella Maremma toscana, ove giunse con la famiglia nel 1838 dal momento che il padre era stato nominato medico condotto. Nel 1848 i Carducci si trasferirono a Castagneto, ma l’anno dopo lasciarono definitivamente la Maremma per tentare maggior fortuna altrove: Firenze, Santa Maria a Monte. Giosuè laureatosi intanto alla Scuola Normale di Pisa, fu chiamato a venticinque anni a tenere la cattedra di letteratura italiana nell’Università’ di Bologna, ove rimase per tutta la vita.
La personalità di Giosuè Carducci – poeta, prosatore, storico della letteratura – è tra le più vigorose della storia letteraria italiana. Carducci si impone per la compattezza della ricerca storica e filologica, per il sentimento innovatore della classicità, per l’ampio e articolato mondo della sua lirica.
In sede critica egli fu di certo il più alto esponente della scuola storica. Pensare al Carducci, anche per il più comune dei lettori, significa risentire il baleno di uno sdegno, significa avvertire nella propria memoria un verso d’epopea o di esultanza, o di pianto. Un arco di voci e di risentimenti e di evocazioni che dà alla poesia un timbro inconfondibile. Ma proprio per la varietà di ispirazioni e di accenti che stanno tra la leggenda epica e l’intimità di una nota familiare, la poesia carducciana chiede al lettore un’intelligenza unificatrice e insieme semplificatrice: capace di avvertire la vicinanza di regioni dello spirito apparentemente remote e di filtrare una certa vastità di strutture e di suoni fino alla nota autentica e genuina.
“Carducci è l’ultima tempra d’uomo che abbia avuto la nostra poesia, l’ultimo poeta che nel mondo non abbia veduto solo se stesso, ma anche il prossimo” (Momigliano).

Carducci si formò nell’ambiente toscano, a contatto con una realtà dove il Romanticismo era penetrato in modo indiretto. Egli, ancora giovanissimo, intrecciò una forte polemica contro questo movimento, che gli sembrava estraneo alla spiritualità ed alla cultura italiana, presentandosi come il sostenitore dei classici. In nome del decoro stilistico e formale, alla letteratura popolare sostenuta dal Romanticismo egli oppose l’esigenza di una letteratura dignitosa e profonda sul piano del contenuto e della forma. Lottò anche contro il Verismo e contro il Decadentismo.
Alla polemica contro la moda romantica si aggiunge in lui con analogo vigore ed impegno la condanna dell’Italia del suo tempo, che egli giudicava priva di ideali, di slanci, insensibile verso la grandezza e gli eroismi, indegna della gloria del passato e degenere nei confronti della generazione precedente, che aveva realizzato l’unità nazionale. Contro gli atteggiamenti mediocri e prosaici degli italiani rivolse le sue invettive assumendo spesso toni retorici e non accorgendosi del fatto che in quegli anni, completato il Risorgimento, non c’era più spazio per gli eroismi e iniziava un periodo di assestamento laborioso ed impegnativo per l’urgenza di problemi enormi e di difficile soluzione. Va anche detto però che l’atteggiamento degli italiani contrastava decisamente con il temperamento del poeta, che ebbe profondi sentimenti e coltivò ideali eroici, fra i quali l’importanza e la dignità della vita umana ed il ruolo fondamentale assegnato alla poesia.
La vita è per lui qualcosa di grande, perché è illuminata dalla azione, dalla volontà, che sono ì mezzi che permettono all’uomo di costruire, di raggiungere la gloria, di consolidare la sua fama presso i posteri. Carducci ebbe una visione della vita simile al modo di sentire dei classici; di essa infatti celebra gli aspetti più belli, come la luce del sole, il calore, i profumi e le bellezze della natura. La sua spiritualità classica e pagana si nota anche nel modo come egli vede la morte, che è simboleggiata dal freddo, dall’umido (che sono le caratteristiche del Tartaro dei Greci e dei Romani), dal buio, dalla mancanza di amore, dal putrido, dal senso di disfacimento. La vita è invece considerata come una fiaccola, che la generazione dei viventi ha in consegna per un breve periodo e che passerà fino alla fine dell’universo, di generazione in generazione.
Un ruolo fondamentale è svolto nella vita dalla poesia, che celebra ciò che è splendido sul piano estetico e morale tramandandone il ricordo ai posteri. Per il Carducci il poeta ha inoltre il compito di educare gli uomini, è poeta vate, ossia conserva e diffonde ideali. Questo compito è stato svolto dai grandi poeti, dei quali è necessario riscoprire e rivalutare il messaggio. Il Carducci propone infatti un ritorno a quelli che egli considera i grandi maestri, ossia alla tradizione segnata dall’Alfieri e dal Foscolo. In questo ambito è fondamentale il messaggio dei classici, che gli appare l’unico mezzo in grado di rendere possibile la rigenerazione degli italiani sul piano morale e letterario.
Per quanto riguarda le concezioni politiche, va detto che Carducci presenta un approfondimento ed una revisione costante delle sue idee, per cui dall’acceso giacobinismo e mazzinianesimo che caratterizza la sua giovinezza, approda gradualmente ad una visione sempre più pacata e conservatrice, che in alcuni casi appare reazionaria. In ciò, egli seguì la parabola percorsa dalla classe dirigente italiana, dalla sinistra in particolare, simboleggiata in primo luogo dall’atteggiamento del Crispi, che dal mazzinianesimo giovanile passa ad un atteggiamento intransigente in politica interna e megalomane ed imperialistico in politica estera.
Per quanto riguarda la poetica, va detto che il Carducci rappresenta, insieme ad altri autori minori, una ferma reazione al Romanticismo ma che, diversamente dagli Scapigliati, la sua opposizione è equilibrata, consapevole e sistematica. Nel ritorno ai classici egli individua la possibilità di creare una poesia profonda e costruttiva e più ricca, rispetto al Romanticismo, di valori morali e civili. La sua poetica trova il motivo centrale nella necessità di salvaguardare e di arricchire la tradizione letteraria italiana. Egli svolge temi nuovi ed interpreta in modo originale temi che appartengono alla tradizione; tra questi i più importanti sono la storia, il paesaggio, la vita, le memorie. La storia è vista non, come avviene nel Vico o come volevano i Romantici, come una vicenda complessa e sofferta e determinata dagli slanci, dalle sofferenze, dagli ideali, come un processo guidato da leggi precise, bensì come scontro, spesso epico, di forze pure e generose, come una serie di svolte, di momenti splendidi per la nobiltà di ideali da cui furono caratterizzati.
Perciò egli approfondì la sua analisi a proposito di precisi momenti storici, come l’età comunale in Italia, il mondo classico, che gli apparve come un’isola ideale di bellezza, di armonia e di forza, come il frutto di ideali generosi e di concezioni eroiche. Nello studio della storia egli non seppe formulare vaste sintesi e riuscì solo a creare concetti e ad elaborare teorie come la “nemesi storica”, caratterizzate da schematicità e debolezza. Il tema del paesaggio, svolto anche dalla poesia romantica, acquista nel Carducci un significato nuovo. La natura è descritta come qualcosa di vivo, di ricco, di intenso per i colori e i profumi e riflette gli stati d’animo dei personaggi a cui fa da sfondo. Ad essa, il più delle volte, sono legati i sentimenti del poeta.
Le meditazioni sulla vita e sul destino dell’uomo offrono al Carducci spunti significativi per la creazione di concetti e di immagini spesso classicamente delineati, a volte malinconici, ma di una malinconia contenuta e virile. Il tema delle memorie è frequente nella poesia carducciana e dimostra la profondità e la sensibilità del poeta che, accanto ai temi ufficiali e solenni, seppe trattare con ricca sensibilità i motivi più umani e commossi. Egli evita i toni propriamente romantici del rimpianto e della malinconia e supera in modo armonioso i pensieri tristi quando ricorda, per esempio, le persone care defunte, o quando rievoca la sua infanzia, giungendo a conclusioni dignitose e composte.
Spesso, dal ricordo trae conforto e dolcezza, come vediamo in Davanti San Guido, in Traversando la Maremma toscana, in Sogno d’estate e in Idillio maremmano. Tutti questi temi non sono isolati l’uno dall’altro, ma a volte sono compresenti. Dopo la raccolta Iuvenilia, nella quale prevale l’intento di svolgere la funzione di “scudiero dei classici”, la raccolta Levia Gravia testimoniano il nuovo orientamento del Carducci (‘61 ‘71) verso temi politici e sociali. L’Inno a Satana (‘63), pur con ingenuità e intemperanze retoriche, testimonia una precisa svolta nell’opera carducciana e rappresenta un esempio della personalità vigorosa e risentita dell’autore. La raccolta Giambi ed epodi (‘67 ‘87) è dominata dalla polemica politica e letteraria, ma contiene esempi di profonda poesia.
La parte migliore della produzione carducciana è raccolta nelle Rime nuove (‘61 ‘87), nelle Odi barbare (‘77 ‘93) ed in parte in Rime e Ritmi. Nelle Rime nuove appaiono i grandi temi carducciani, rappresentati dalle reminiscenze storiche e dai ricordi personali. Nelle Odi barbare, che egli definì così perché in esse volle riprodurre la metrica greca e latina raggiungendo effetti ed espressioni che, secondo lui, i Greci definirebbero barbari, il poeta volle rivivere lo spirito della classicità, che per lui consisteva in una intima armonia tra uomo e natura, in un’armonica fusione di grazia, di vigore, di eroismo, di bellezza, in un’accettazione serena e virile della vita, dei suoi doveri, delle sue responsabilità, delle sue amarezze. Le parti migliori di questa raccolta si ispirano in effetti alla romanità ed alla grecità, ossia al mondo in cui questi ideali si sono realizzati. Roma però non è per lui qualcosa di morto, ma una presenza viva e operante nello spirito italico, ossia del popolo per il quale egli vagheggia una nuova grandezza.
Rime e Ritmi è la raccolta in cui più si sente la stanchezza del poeta. Vi troviamo le sintesi storiche, le grandi rievocazioni, ma avvertiamo anche il peso della retorica. È notevole comunque il tono malinconico che la caratterizza.
Carducci svolse un’intensa attività critica, di cui i frutti maggiori sono i discorsi Dello svolgimento della letteratura nazionale, i saggi L’opera di Dante, Il Parini maggiore, Il Parini minore, gli studi su L. Ariosto e T. Tasso, le pagine sul Petrarca e sul Boccaccio. Avverso al De Sanctis, egli aderì alla scuola storica, che alle sintesi romantiche e desanctisiane sostituisce l’indagine meticolosa circa la cultura degli autori ed il tempo in cui operarono e l’analisi diligente del testo. Pertanto giunge alla piena intelligenza della poesia, anche perché come poeta è in grado di risalire alle motivazioni, ai sentimenti ed ai travagli da cui essa nasce.
Nel Carducci è inoltre importante il vigore del linguaggio; la sua prosa si contrappone nettamente a quella manzoniana e si ricollega alla più dotta tradizione italiana. Se si prescinde dagli eccessi polemici e dalla retorica che dominano una parte della sua produzione, si può affermare che il Carducci svolge un ruolo importante nel rinnovamento della letteratura, con la sua lezione di impegno e di profondità, evidente soprattutto nel modo di approfondire e di attualizzare i classici.

ODI BARBARE

Composta tra il 1877 e il 1887, questa raccolta di poesie, non aliena dai temi di Rime Nuove, vuole riaffermare, anche tramite l’uso della metrica antica, un ideale di composta classicità. “Barbare” queste odi raccolte in due libri, perché, nonostante l’imitazione dei metri latini e greci, sarebbero suonate agli orecchi degli antichi come estranee, ‘barbare’ appunto.

RIME E RITMI

Per rispettare la volontà dell’autore in questo archivio è presente anche “Il parlamento”, che nell’edizione del 1901 venne collocato, come parte integrante, dopo “Rime e ritmi”. Scritto nel settimo centenario della battaglia di Legnano, “Il parlamento” doveva far parte di un poemetto che voleva celebrare quel momento della storia italiana, e che si sarebbe dovuto sviluppare in tre parti (“Il parlamento”, “La battaglia” e “La fuga dell’imperatore”). Carducci non riuscì mai a terminare il poemetto, benché vi avesse lavorato a più riprese fino agli ultimi anni della sua vita.

POESIE MAREMMANE

“Idillio Maremmano”(da Rime Nuove), 1867/1872
Nel contrasto tra natura e storia,tra ragione e sogno, si percepisce il contrasto tra un lontano e piacevole passato,intatto,genuino e l’attualità di allora triste e mediocre. Emerge in piena luce la figura bella e concreta della “bionda Maria”(Maria Banchini).

“Il bove” (da Rime Nuove), fine 1872
Osservazioni della vita georgica dei campi di Bolgheri.

“Nostalgia”(da Rime Nuove), 1874
Il desiderio di ritornare in Maremma e’ affidato a un temporale che sale verso Appennino

“Pe’l Chiarone da Civitavecchia”(da Odi Barbare), 1879
Il Carducci aveva da tempo programmato la sua prima visita ufficiale a Castagneto per i giorni 25 e 25 aprile. Partì da Roma alle prime luci dell’alba e scese a Civitavecchia; qui noleggiò una carrozza e si fece portare al Chiarone, sul confine fra Lazio e Toscana. Era quella la Maremma più orrida e inoltre fu attraversata sotto un acquazzone continuo. Per rendere ancor più lugubre l’atmosfera, il Carducci lesse Marlowe, un tragico drammaturgo del cupo Cinquecento inglese. Giunto al Chiarone, vide nello sfondo un po’ di sole sull’argentario e il cuore gli si aprì; così buttò nel fiume Marlowe e compose questa ode.

“Sogno d’ Estate”(da Odi Barbare), 1880
Mentre legge l’Iliade si addormenta e sogna di ritrovarsi a Bolgheri : rivede la sua fanciullezza, la madre, il fratello Dante, il sole di luglio, i carri rotolanti sul selciato, i cari selvaggi colli, i meli e quattro candide vele sul mare.

“San Martino” (da Rime Nuove), 1883
Anche se il ricordo della Maremma era spesso legato al sole, tuttavia la stagione preferita per venire a Castagneto era l’autunno. L’11 novembre 1883, San Martino, il poeta si trovo’ a Castagneto. L’8 dicembre successivo compose questo bel quadretto macchiaiolo del borgo castagnetano.

“Traversando la Maremma Toscana” (da Rime Nuove), 1885
Il 10 aprile partì da Livorno per Roma, passò davanti alla sua Maremma, vide Castagneto e si commosse. Tornato a Bologna, compose questo famoso sonetto. Uno sguardo profondamente nostalgico al paese dove visse fanciullo, alla cara, selvaggia, Maremma toscana; i sogni non sono diventati realtà e restano irraggiungibili. La visione della morte si stempera in un sentimento di dolcezza e di pace, che si diffonde dalle note colline e dal verde piano.

“Davanti a San Guido” (da Rime Nuove), 1885/1886
Lo stradone di Bolgheri cominciò a vedere i cipressi nel 1832, intorno al 1855 fu ultimato fino alle Capanne, e solo nel 1907, dopo la morte del poeta, fu proseguito fino a Bolgheri, ultimato nel 1911. I cipressi sono circa 2540. Delle poesie che rievocano il dolce paese e la dolce età, nessuna raggiunge la pienezza significativa e suggestiva di questa che ha due momenti distinti:
l’impressione fresca e improvvisa alla vista dei cipressi, che si traduce in un dialogo familiare e brioso e l’apparizione della nonna, che fa traboccare il patetico.

 

Mar 4, 2014 - Italiano    No Comments

Vita e opere di Giuseppe Ungaretti

Nasce nel 1888 ad Alessandria d’Egitto da genitori lucchesi; trascorre in Africa il periodo dell’infanzia e dell’adolescenza. Nel 1912 si trasferisce a Parigi, ove prende contatto con figure importanti della cultura indigena e con alcuni scrittori italiani (Palazzeschi, Savinio, Soffici) di casa in quelle terre.
Tornato in Italia nel ‘14, si abilita all’insegnamento del francese e di lì a poco parte per la guerra, soldato semplice di fanteria: un’esperienza, quella della trincea, destinata a riverberarsi con forza nei suoi componimenti.
Nel 1917 esce la sua prima raccolta poetica, “Il porto sepolto”, con una limitatissima tiratura; segue, nel 1919, “Allegria di naufragi”. Dopo aver lavorato quale corrispondente da Parigi del “Popolo d’Italia”, nel 1933 pubblica “Sentimento del tempo”, forse l’opera sua più conosciuta.
Nel 1936 si stabilisce in Brasile, rivestendo per alcuni anni il ruolo di docente universitario, e nel 1939, a nove anni di età, gli muore il figlio Antonietto: da questa dolorosa esperienza, nasceranno le liriche de “Il dolore” (1947). 
Nel ‘42 è nuovamente in Italia, ove ottiene la cattedra di letteratura moderna e contemporanea all’Università di Roma. In seguito, egli licenzia le raccolte de “La terra promessa” (1950), “Un grido e paesaggi” (1952), “Il taccuino del vecchio” (1960); nel ‘61, appare il volume di prose “Il deserto e dopo”. Successivamente alla sua scomparsa, avvenuta a Milano nel 1970, viene data alle stampe la raccolta postuma “Saggi e interventi” (1974).

Mar 4, 2014 - Inglese    No Comments

Futuro e tempi composti di can e must

I  verbi modali can e must non hanno alcuni tempi e modi , quali ilfuturo, i tempi composti, il gerundio , l’infinito,il participio passato.In questi casi can e must vengono sostituiti rispettivamente da be able to e da have to. Quest’ultimo viene usato anche per rendere il passato di must.

I will not be able to go to Jane’s party. (Non potrò andare alla festa di Jane )

I had to tell her the truth (ho dovuto dirle la verità)

In breve , quindi must e can vengono sostituiti nei tempi mancanti :

-past simple : must viene sostituito da had to /can viene sostituito da was able to;

-present perfect : must viene sostituito da have had to /can viene sostiuito da have been able to ;

-simple future : must viene sostituito da will have to /can viene sostituito da will be able to ;

-present conditional : must viene sostituito da should +forma base del verbo (oppure viene utilizzato il formale ought to) / can viene usato sostituito da could + forma base del verbo ;

-past conditional : must viene sostituito da should + have + past participle del verbo / can viene sostituito da could+ have + past participle del verbo + able to

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